A difesa dell'individuo e della sua libertà
Proseguo il breve discorso cominciato ieri sulla relazione tra politica e ricerca scientifica, e sul ruolo di quest'ultima all'interno di una societa' che vuole essere veramente liberale. Sono partito dall'articolo di Alison Abbott intitolato "Saving Italian Science" [Nature 440, 264-265 (16 Mar 2006)], che ci aiuta a capire quali siano i sentimenti all'interno di una certa parte della comunita' scientifica Italiana verso le politiche che riguardano la ricerca in Italia.
Vorrei innanzitutto riproporre in pochi punti il senso principale dei passaggi riportati ieri dall'articolo citato:
Luglio del 2004, sostiene che l'accento sulle applicazioni deve continuare. "L'industria Italiana investe poco nella ricerca e la missione del CNR e' oggi di riempire questo vuoto"Allora, da tutto questo vorrei estrarre due domande su cui costruire un possibile ragionamento:
Andiamo con ordine. Una societa' veramente libera deve essere aperta il piu' possibile a movimenti di persone e di merci. Ma non basta. Per continuare a fornire gli strumenti necessari per esercitare la liberta' dell'individuo, nuove idee devono poter continuamente emergere ed essere scambiate, discusse, criticate, con la maggiore fluidita' possibile. Meno frizione c'e' alla creazione e allo scambio di idee, piu' e' probabile che la societa' risultera' libera.
Ora, ecco un piccolo segreto: le idee piu' innovative, piu' brillanti, nascono quando inseguiamo senza costrizioni quello che di piu' prezioso abbiamo, in quanto esseri umani: la curiosita'. Non il profitto, non la ricerca di una qualche applicazione tecnologica, della soluzione a qualche problema pratico, ma la curiosita' pura e semplice. Ingabbiare il processo di ricerca scientifica in un rigido schema di pianificati risultati e applicazioni, e' un po' come soffocare l'ingegno umano.
In poche parole, la ricerca e' il cuore della dinamicita' e della capacita' innovativa del mercato, ma legandola troppo stretta alle leggi di domanda/offerta del mercato, si finisce con l'ucciderla. Uccidi oggi la curiosita', e domani avrai una societa' ed un mercato senza ruolo sul palcoscenico mondiale. Sono dunque personalmente contrario alla filosofia messa in atto in Italia dal ministro Moratti, che vede nel legame tra Universita' ed aziende il futuro della ricerca nel nostro Paese. E' una visione che contesto nella sua essenza. E' una visione che ignora la vera natura della scienza.
Veniamo ora alla seconda domanda. Chi dovrebbe pagare i costi della ricerca di base? E' chiaro che i finanziamenti possono venire dallo Stato, oppure da industrie private. Un classico argomento a favore della prima soluzione viene dalla credenza che il privato non investirebbe nela ricerca di base in quanto sarebbe troppo facile per i suoi competitori avvantaggiarsi a loro volta dei risultati di tale ricerca. In pratica questo non accade, e le piu' grandi industrie private (si pensi ad esempio alla IBM, o SONY) investono una ingente quantita' di capitale in ricerca di base. Non applicata, si intenda bene, ma di base, ovvero svincolata da ogni strategia di rapida ricaduta tecnologica. Non parlo dunque di questioni di brevetti, qui. Evidentemente, anche se alcuni nostri risultati finiscono con l'aiutare la concorrenza, anche quest'ultima tende a produrre nuove idee che a loro volta possono aiutare noi. Insomma, stimolare la circolazione di nuove idee, che altrimenti non esisterebbero, sembra essere vantaggioso per tutti.
Ci puo' pero' essere un problema con il solo finanziamento privato. Dipende troppo dalla salute economica dell'industria privata, nonche' dalla lungimiranza del privato investitore. In una situazione di mercato difficile, con possibili ricadute finanziarie significative anche per una grande industria, la ricerca rischierebbe tagli improvvisi. Inoltre, vi sono certi campi del sapere scientifico che difficilmente verrebbero finanziati da industrie private, per quanto interessate a nuove idee. Si pensi alla
cosmologia. Infine, esistono alcuni campi di ricerca che richiedono esperimenti talmente costosi da essere per ora solo alla portata di Nazioni, quali l'esplorazione interplanetaria o la fisica delle particelle.
Il finanziamento pubblico alla ricerca scientifica offre cioe' in potenza alcuni chiari vantaggi che non si possono trovare nel settore privato: maggiore capacita' di mantenere una linea di ricerca continuativa, indipendentemente dal mercato; uno spettro piu' ampio di argomenti da esplorare; maggiore liberta' intellettuale.
L'importante e' pero' che lo Stato decida di fare tutto cio' senza interferire, senza voler imporre una direzione politica alla ricerca. Voler artificialmente introdurre uno stretto legame tra ricerca e interessi del mercato e delle aziende, e' essenzialemnte un errore di grossa miopia.
Una societa' che non produce idee nuove e' destinata ad inseguire quelle che invece decidono di farlo.
Ditemi voi.
GS
Caro GS, rispondo volentieri al tuo invito a commentare. Riguardo a quanto scrivi sulla ricerca condivido pienamente. D'altra parte il ruolo della ricerca di base come motore di innovazione anche per il mercato è oggi ampiamente condiviso a livello mondiale, ed è uno degli assi portanti della politica europea.
Questo è un valre razionale che funziona indipendentemente dalla concezione da cui si parte: liberista- come nel tuo caso, o meno.
Vincenzo, la differenza tra un cervello di 40 anni ed uno di 70 e' essenzialmente biologica. C'e' spesso nel primo una maggiore flessibilita' ed entusiasmo, che e' piu' assopita nel secondo. Mi riferivo anche a differenze di esperienze tra chi oggi ha, appunto, 40 anni e chi li aveva nel 1976. Oggi si viaggia di piu', si studia piu' spesso all'estero e dunque si conoscono metodologie diverse ed approcci multiculturali. Questa sarebbe linfa per la sclerotizzata universita' Italiana.
Riguardo la competizione interna all'universita', mi riferivo al "mercato" rappresentato dagli studenti. Se lasci gli studenti liberi di scegliere tra due o tre cattedre per lo stesso corso, avrai un'indicazione delle domande e delle offerte di questo mercato della didattica. E non crediamo alle favole delle masse pecorone che sceglierebbero solo il corsetto piu' facile. C'e' all'universita' tanta gente in gamba, che ha voglia di studiare e di essere stimolata. Diamogli la possibilita', mettendo di fronte delle alternative. Gerontocrazia o meritocrazia?
GS
GS: sono d'accordissimo sul post, qualche nota sui commenti.
Sul punto 1) del commento, la giovane età, secondo me, non basta a fare la differenza (io non credo che ci sia una differenza antropologica tra generazioni...).
Riguardo il punto 2), al momento non esiste una vera valutazione della didattica, per cui purtroppo la competizione sulla didattica non comporta una vera differenziazione tra buoni e cattivi docenti. Bisogna considerare inoltre che deve esserci spazio, in università, per cattivi docenti che però sono ottimi ricercatori: come non lo so, ma non si può trascurare questo aspetto (e al momento è proprio la ricerca l'unica prestazione valutata).
Oltretutto, con l'incremento dei corsi di laurea, tutti devono insegnare anche in molti corsi, e questo aumenta le difficoltà.
Teresa, per POLITICA io intendo quella vera. Cioe' il Governo. Auspico dunque una strategia economica per il Paese, che tenga in maggiore considerazione la ricerca scientifica e l'universita'. Non tanto per favorire i baroni, ma piuttosto per cominciare a mettere un po' di concorrenza e meritocrazia in un sistema che ne avrebbe tanto bisogno.
GS
Si, sono d'accordo conte, ma è quello che tu hai scritto in maiuscolo è il problema!Non dimenticare che qui tantissimi docenti universitari sono politici, e di certo non si danno la zappa sui piedi con provvedimenti che in un certo senso li possano svantaggiare. Ciao.
Forse semplifico troppo, ma a pare che l'unica strada all'eliminazione del cosidetto "baronato" sia:
1) un ricambio generazionale nelle cattedre, con persone che hanno la mente un po' piu' aperta, sia perche' piu' giovane e dunque piu' flessibile, sia perche' forse ha viaggiato di piu' ed ha visto altri sistemi.
2) Per ottenere 1, ci vorrebbero forse piu' cattedre, per affiancare almeno in un primo momento i piu' giovani ai meno giovani. e siano poi gli studenti a scegliere i corsi che piu' aggradano. Competizione all'interno dell'educazione, insomma.
3) Per poter fare 2, ci vogliono piu' soldi, il che richiede una decisione POLITICA presa al vertice. E' dunque responsabilita' del governo decidere di dare piu' importanza a ricerca e insegnamento universitario, e decidere di fare l'unica cosa che puo' fare: stanziare piu' soldi. Per piu' cattedre, per ringiovanire il sistema, per indebolire il baronato, per fare emergere chi ha voglia di fare buona scienza. Non credi?
GS
Parole sante. Per quello che riguarda la mia piccola esperienza è la mancanza di meritocrazia quello che davvero uccide la ricerca qui. Così, anche quando i soldi arrivano, vengono impiegati male.Ma il baronato univewrsitario italiano che detta le regole di questo sistema è difficile da estirpare.
alle 16:50
Vincenzo
Io continuo a non credere che ci sia così tanta differenza tra "giovani" e "vecchi"; frequento sessantenni pieni di entusiasmo e quarantenni ormai stanchi.
Serve un ambiente che selezioni l'entusiasmo e la buona volontà (indipendentemente dall'età).
Riguardo il libero mercato dei corsi, è fattibile solo in università grandi, e, di nuovo, fornisce indicazioni che già si potrebbero avere (a Udine ci sono le valutazioni degli studenti), basterebbe usarle... ma la didattica di fatto entra poco o niente nella valutazione del curriculum. Sono d'accordo che gli studenti non sceglierebbero per forza il corso più facile, o, quantomeno, ci sarebbero almeno due popolazioni, una che fa fatica e sceglie il più facile, una che si sente sottostimolata e sceglie il migliore. Chiaramente bisogna far crescere questi ultimi; un passo possibile, su cui si potrebbe discutere, sono le scuole di eccellenza.
Secondo me siamo un po' OT, comunque. In tutto questo manca la ricerca, che era il tema principale dell'articolo su Nature.